Caterina sulla soglia

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Le vite delle persone non sono romanzi, sono raccolte di racconti. Frammentarie, discontinue, disseminate di buchi neri e illuminate da verità intraviste, manipolate dalla memoria che filtra, cancella, riordina, riscrive. È il modo in cui Susanna Bissoli ci racconta le soglie di Caterina. Infilando nella cordicella del suo primo libro le perline colorate di tutti gli addii e le partenze, tutte le esperienze di perdita che una vita può sopportare: dell’infanzia, della madre, dell’amore, del corpo, della terra sotto i piedi. La scrittura di Susanna riesce a maneggiare la malattia e il dolore, perfino a ballare con la morte restando miracolosamente gioiosa. La gioia che c’è dentro è gioia dell’incontro, di avere a che fare con altri esseri umani, di scoprirli tutti diversi e tutti strani. È gioia di ricordare, raccontare, giocare con le parole della memoria: il dialetto veneto dell’infanzia, il greco della libertà e dell’amore, l’italiano zoppo dei migranti in cui, prigioniera di casa sua, a Caterina sembra di ritrovare la voce del mondo.

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Descrizione

Susanna Bissoli (1965) vive a Verona, dove è tornata dopo i periodi trascorsi a Bologna e ad Atene. Ha pubblicato sulle riviste Linus, Fernandel, tina e nelle antologie Malacarne (Aliberti, 2002), Posa ‘sto libro e baciami (Zandegù, 2006), Quote Rosa (Fernandel, 2006) e Italia Ama (Edizioni dell’Arco, 2007). Si occupa di scrittura drammaturgica e di mediazione culturale, insegna italiano per stranieri e conduce laboratori di narrazione nelle scuole.
Caterina sulla soglia è il suo primo libro.

Libro del mese a Fahrenheit! Scarica l’intervista.

Sulla carriera di Susanna Bissoli sono disposto a scommettere la reputazione.
Tenetela d’occhio, perché è bravissima

Matteo B. Bianchi

“Lo chiamavano Fina per via della pompa di benzina che avevano i suoi. Anch’io gli piacevo, ma gli creavo un problema morale. Insomma, diceva, io sono sempre andato insieme a gente di quindici, sedici anni, capisci? In effetti al tempo di cui parlo, cioè nella primavera del Settantasette, lui aveva diciotto anni, io dodici. Ci siamo fermati davanti alla porta a vetri del mio condominio. La luce dell’atrio era accesa. Io pregavo che non passasse nessuno degli inquilini della mia scala. Mi immaginavo la faccia della professoressa Bonfante o del signor Riboni nel vedermi lì sotto a quell’ora di sera, sola con un ragazzo vero.”

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