Con il fuoco nelle vene. Reading letterario al Monumentale di Milano con Melania Mazzucco

Il 24 ottobre 1917 ha inizio la più grande disfatta mai subita dall’esercito italiano. A cent’anni da Caporetto rendiamo omaggio ai soldati caduti nella Grande Guerra con una passeggiata, insieme agli Amici del Monumentale. Ad accompagnarci alcuni brani tratti dal diario di Giuseppe Salvemini “Con il fuoco nelle vene” , vincitore del Premio Pieve Saverio Tutino 2015, letti da Melania G. Mazzucco:

Una bellissima domenica mattina. Forti e profonde emozioni, alla scoperta di luoghi vicini ma nascosti, e di memorie lontane ma ancora strazianti. Grazie, di cuore, per aver proposto questo intenso percorso.
(messaggio FB dagli amici di EUMM Ecomuseo Urbano Metropolitano Milano Nord)

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Le tappe della visita e i brani tratti da “Con il fuoco nelle vene” di Giuseppe Salvemini (Collana Archivio Diaristico, Terre di mezzo Editore)

TAPPA 1_ Ettore Tirola (galleria superiore ponente tratto CD)

3 agosto. Giovedì – IL GIURAMENTO –  (pag. 49)

Abbiamo stamani il giuramento! Ci siamo alzati alle 5.30 per fare una pulizia esagerata delle armi e della divisa. È passato il cap.no e mi ha dato uno scappellotto perché tenevo il cappello in capo, in camerata. Siamo poi andati alla cittadella, vestiti in panno e con guanti bianchi, e abbiamo formato il quadrato. Era un quadro imponente! Quasi 4000 allievi dai 19 ai 30 anni (io ero dei più giovani perché volontario) che, allineati nel massimo ordine, vestiti in modo inoppugnabile, seri, militari nel loro atteggiamento, consci del momento solenne che traversavano, votavano in sacro e solenne giuramento, con voce chiara e recisa, il sacrificio della propria vita per la Patria!
È arrivato il generale Sig.re Giustiniano Rossi, con tutto il suo seguito. S’è fatto un gran silenzio. Una voce stentorea e rauca ha dato il comando: “Battaglioni presentate le armi”; e subito i singoli comandanti di battaglione con voce secca e metallica: 1°, o 2°, o 3°, o 4°, o 5° Battaglione presentat-arm!
S’è udito un rumore solo, unico, secco, come d’un tronco che si schianti, e s’è visto migliaia di fucili muoversi come presi da un tremito convulsivo e subito irrigidirsi, come colpiti da morte fulminea!! Il silenzio s’è fatto di tomba.
Allora il generale con voce tremante e commossa, ha letto la formula del giuramento e quindi alla domanda: “Lo giurate voi?”, vi è stato un secondo che l’emozione ha serrato la gola, ma poi da più di 3900 petti è uscito un grido solo, immenso, terribile: “Lo giuro!!” che come un inno lieto s’è innalzato nel Cielo quale sacra ed eterna promessa di fede e di sacrificio per la Patria e il cui eco, lungo e profondo s’è ripercosso nell’animo degli astanti, facendoli fremere di piacere e di paura! V’erano tutte le rappresentanze di Modena, un’infinità di eleganti signore dagli ombrellini variopinti e una moltitudine di ufficiali dalle monture scintillanti. Vi è stata pure la premiazione al valor militare di molti ufficiali e soldati. Siamo stati per ¾ d’ora rigidi nella posizione di presentat-arm. Finita la cerimonia tutte le compagnie sono sfilate di corsa in linea di colonna, davanti al generale. La prima è stata quella degli effettivi di cavalleria!!!
Oggi abbiamo l’orario festivo. Nell’ordine del giorno il generale s’è mostrato soddisfattodella nostra preparazione  militare, della condotta inappuntabile e del nostro aspetto marziale. (…). Il 5 c.m. partiremo per Porretta. Tutto il giorno e tutti i giorni non facciamo che parlarne fra noi e contare le ore che passano.

TAPPA 2_Sigurtà Lorenzo – riparto IX, 1 ABC , la glorificazione dei nostri prodi,  Giulio Branca, 1920 Bronzo. Su una alta base  di granito qui viene rappresentata la Gloria che bacia il soldato avvolto nella bandiera d’Italia. Lorenzo Sigurtà muore a 24 anni nella battaglia del Monte Grappa

4 agosto. Venerdì (pag. 50)

Dopo il riposo non abbiamo fatto che affardellare i zaini. Il mio peserà più di kg. 25. Non abbiamo avuto lezioni. Ci hanno consegnato una pagnotta, [e] una scatola di carne da consumarsi domani lungo il viaggio. (…)
Per tutta la sera non s’è fatto che ridere e cantare in camerata, pensando al domani, giorno di partenza per il campo. È suonato il silenzio, ma stasera non ha destato nel nostro animo nessuna commozione, perché tutta la nostra fantasia era occupata a immaginare la nuova vita al campo. Faremo la vita da nomadi, sempre erranti per le montagne, per i boschi, desteremo con l’eco delle nostre fucilate quei montanari, gli uccelli, le lepri… E solo la sera faremo ritorno alla nostra tenda… Saremo i signori di Porretta, rappresenteremo la forza armata, prepotenza… e forse innamoreremo tutte le belle porrettane, dai volti rosei, paffuti, dai capelli biondi, dagli occhi languidi; la notte scapperemo dal campo e come ombre ci dilegueremo per ritrovarsi a piacevoli appuntamenti… e via e via… La nostra fantasia correva, galoppava, e un brivido di piacere attraversava il nostro corpo e le ore passavano insonni.

 

 

 

TAPPA 3_ Fratelli Caimi – riparto XV, 77-81, la madre raccoglie i corpi dei propri figli, Luigi Supino, 1920
Bronzo. La madre tiene fra le braccia i figli Giuseppe e Marco Caimi come in una moderna Pietà

 


31 gennaio 1916 mercoledì
(pag.223)

Il sottotenente Tofi ha già trovato un fiore di bambina di poco più di 16 anni, bella come una madonnina di Raffaello, con la quale perde le sue lunghe ore con dolce far nulla. Anche oggi, ero in casa della sua bella, seduto intorno al fuoco, insieme a lui e a Battelli, quando è entrata una bellissima ragazza. S’è ingaggiato subito un’allegra conversazione. Ella ci ha raccontato la malvagità d’un carabiniere di Firenze che, partito da Clodig, non le ha più scritto. I due colleghi mi sono subito saltati addosso dicendo che i toscani sono tutti così, cioè chiacchieroni, bugiardi e birboni !  Dia retta a me, signorina, diceva Battelli, non dia più retta ai toscani, ma solo ai romagnoli. Vede, io sento già di volerle bene; ma d’un bene eterno, che dura sempre, fino alla morte … Ah, noi romagnoli siamo così: abbiamo il difetto di essere troppo buoni e troppo sinceri … ! Non dia retta signorina e ascolti me, che conosco tutti i popoli del mondo! Ho interrotto io in mezzo all’ilarità. Così in due minuti le ho parlato più o meno bene di tutti gli abitanti delle diverse regioni d’Italia, e sono andato a finire dicendo che i toscani sono veramente chiacchieroni e bugiardi. Vede, signorina, io sono sincero! si, i toscani sono birboni, e specie i fiorentini! Oh che furbi sono quelli! Che birbante fu quel carabiniere! Come, lasciare lei, che è un fiore di bellezza, una madonnina piena di grazia, di bontà, un’aurora nascente…, e poi non scriverle più!? Ah, fu davvero un cane! Si ci fossi stato io, vede, glielo avrei detto, signorina : non si fidi…signorina, è un fiorentino,… è un birbante,…è un mascalzone; … ma, o per la Madonna, se lo incontro tra i piedi lo prendo per il collo e lo porto da lei a chiedere perdono! Poi gli voglio dare tante e tante di quelle botte, che deve perdere il vizio d’ingannare le buone fanciulle… le belle fanciulle… come lei….! Perché vede, signorina, (e qui mi facevo insinuante, caldo, appassionato) noi d’Arezzo, si può dire di non essere neppure toscani, perché siamo buoni e incapaci di commettere la più cattiva azione!… oh, si, noi aretini, non solo siamo i più bei giovani, non guardi me, perché io sono il più brutto, ma siamo anche buoni con le fanciulle e vogliamo loro tanto bene…; ma tanto, sa ?!…Vede, ci fu persino un grande uomo, che amò la sua ragazza, anche dopo morta, e non ne amò più, dopo di lei! Si struggeva altro che per lei e le scriveva sempre tante poesie dove le diceva sempre: t’amo tanto, Laura mia, non amo altro che te, … se tu non mi ami io muoio … per te ! Oh, signorina, ad Arezzo tanti giovanotti , sa, sono morti per le loro ragazze; qualche d’uno s’è buttato anche dentro al fiume! E noi, quando amiamo una ragazza, non si lascia più! Vede, se lei andasse ad Arezzo, l’amerebbero tutti; ma non la consiglierei ad andare ad Arezzo …quasi che ci ha un aretino qui … non le pare?!
Tutti risero e io più di loro! Quella ragazza pure rideva, ma quando le parlavo sdolcinato e appassionato, apriva gli occhi facendo luccicare le vispe pupille e gonfiava un seno nascente … Insomma per farla breve arrivammo dove si mirava. Ci ha invitato ad andare tutte le sere in casa sua, dove si adunano diverse sartine di Senza a lavorare fino al tardi! Terremo loro conversazione!

 

TAPPA 4_ Arrigo Biasioli, riparto XI,  62 ABC, Antonio Rescaldani, 1923 Bronzo.
Il soldato, morto sull’altipiano della Bainsizza (vittoria che crea i presupposti per la disfatta di Caporetto), è disteso sul sepolcro ricoperto dalla bandiera Sabauda.

 

 

1 Novembre 1916. Mercoledì (pag. 129)

Saranno state le 1, dopo mezzanotte, la nostra artiglieria aveva rallentato il fuoco; quella avversaria lo andava intensificando. Di più si notava nelle linee nemiche una certa irrequietezza, data dalla paura per l’imminenza del nostro attacco. […] I razzi e i riflettori frugavano sospettosi le nostre trincee! Il momento  era giunto! Ad un tratto alla mia sinistra udimmo un grido confuso, prolungato, agghiacciante, seguito da migliaia di spari, di colpi, di grida e di lamenti. Tutti i riflettori si rivolsero in quel punto. Era una compagnia dell’11° che era uscita all’assalto. La lotta fu lunga, tenace, rabbiosa, poi piano piano tornò il silenzio, rotto solo da qualche sparo di fucile e dai lamenti dei feriti. Come sia andata? Non lo so! Ma credo male, altrimenti saremmo saltati fuori anche noi. Intanto la febbre e il nervosismo era giunto al colmo. Il nemico temeva! Bastava che cadesse ad un soldato la gavetta o facesse altro rumore, che un fuoco improvviso e infernale rompeva di colpo a quiete. […] Se uno m’avesse domandato se io in quel momento avessi paura o coraggio, avrei negato l’una e l’altro, perché ero in uno stato incosciente! Verso le due del mattino ricevo l’ordine, che per un comando venuto dal comandante di battaglione ne, uscissi subito,  con tutte le cautele, dalla trincea e con i miei soldati andassi all’assalto! “Vedrà, egli mi diceva, troverà dei varchi nei reticolati prodotti dalla nostra artiglieria; lei, appena ivi giunto, sbalzerà improvviso nella trincea nemica e senza arrestarsi arrivi fino al 2° ordine di camminamenti. Non dubiti, sarà seguito da tutta la compagnia e appoggiato dal battaglione. Adesso vada, non perda tempo. […] M’allontanai da lui, sorpreso, confuso, stordito! Ieri ero in guarnigione, oggi all’assalto! Raduno gli uomini, sono circa 60! L’acqua ci arriva alla pancia e ho tremiti di freddo! Chiamo il sergente e comunico l’ordine. Quello mi  scongiura di non andare, perché l’artiglieria nostra non ha aperto nessun varco e batteremo il capo contro il reticolato austriaco.
“È impossibile,” egli mi diceva, “i soldati non verranno, moriremo tutti…”
Basta, perdio! Mi raduni gli uomini e chi non viene lo freddo come un cane! Ha capito?!!
Gli uomini sono tutti pronti! Tremano! Mormorano! Il nemico tace ma vigila! Avanti! Guai a chi rimane!
Gridai loro a bassa voce; e li feci tutti scavalcare. Da ultimo uscì io e mi tuffai nell’acqua melmosa che mi arrivava fino alla cintura, raggiungendo tosto il sergente che era in testa! Avremmo fatto venti passi, quando un fuoco improvviso, micidiale, spaventoso ci colpisce in pieno.
Fermi tutti! grido loro in modo imperioso e sottovoce, nessuno si muova e si tuffi nel fango fino alla testa! Intanto la fucileria e le mitragliatrici continuavano il loro fuoco intenso, colpendo molti dei miei, che feriti, morivano poi affogati. I razzi e i riflettori si moltiplicavano, e una luce chiara e nitida ci distingueva l’uno dall’altro! Purtuttavia nessuno si mosse! I proiettili ci cadevano vicino, fitti come la grandine e ci schizzavano il fango nella faccia! Un megafono austriaco con voce stentorea e cavernosa ci grida: “Italiani… arrendetevi!… pensate alle vostre mogli e ai vostri figli, … avrete salva la vita e vi tratteremo come fratelli…” Nessuno risponde, e il fuoco continua, accompagnato da qualche colpo di cannone. Il momento è terribile, morremo tutti qui!… Al fine il fuoco… rallenta, i razzi diminuiscono, e i riflettori allontanano il loro occhio di fuoco, … Al mio fianco ho il sergente, al quale domando: “Quante perdite avremo avute?”
“Molte! Più della metà!”
Eppure è impossibile… bisognava andare!
Il momento era difficile! Purtuttavia facendo passare la voce l’uno con l’altro, l’avverto tutti di andare avanti…; e si va!… si procede piano, calmi, senza far rumore alcuno, tra l’acqua melmosa che a momenti è profonda e che dà dei lunghi brividi alle nostre membra…, fino al reticolato nemico!… taciti, con una calma sepolcrale, con precauzioni infinite… frughiamo lieve… lieve… con le mani, … la spinosa faccia… del reticolato…, come si farebbe una carezza ad una amante, … e come se, al buio, cercassimo di questa la leggiadra bocca per baciarla con voluttà; così noi tastavamo… per trovare la propizia apertura, per precipitarvisi…con furore!

 

 

TAPPA 5_ Luigi Fossati – Emiciclo ponente, 150, Armando Violi 1924
Bronzo. Qui viene rappresentata l’agonia del soldato morente. Con questa epigrafe: Tenebrosa notte avvolse l’anima eroica di – Luigi Fossati – che conobbe inenarrabili tormenti – di quattro lunghe ore di agonia – sotto le rosse zolle del Montello – 31.1.1896 – 28.10.1918

 

 

 

26 Maggio 1917, Sabato (pag. 367)

Tutta la notte è passata calma, o almeno abbastanza. Anche gli austriaci devono avere avuto perdite immense, enormi! Però non s’è dormito nessuno! Il terreno è letteralmente coperto di cadaveri! Nel mattino, quando l’aria fresca e ossigenata porta, in generale, un benessere all’individuo che l’aspira, noi fummo nauseati da un puzzo terribile di cadaveri in avanzata putrefazione! Non potevamo resistere. Qualche volta infilavamo la maschera contro i gas. Ovunque voltiamo lo sguardo, ci sentiamo inorridire! Vi sono dei cadaveri neri, sugnosi, spappolati e putrefatti, il cui corpo fa una unica poltiglia con la divisa grigioverde! Sopra ad essi si muovono migliaia e migliaia di vermi! Il fante si nasconde dietro ad essi, li fruga, li interroga, legge le loro lettere e si serve dei loro corpi per protezione alle pallottole nemiche! Sono gli amici del fante! Tra questi morti bensì, vi sono ancora molti feriti, che si muovono, si lamentano,  gemono e chiedono pietà! Nessuno si cura di loro, nessuno li guarda e tutti, senza avvedersene, li smuovono e li pestano! Oh che orride scene! Non ne posso proprio più! Ah, maledetta, maledetta guerra! Puzzo anch’io, terribilmente di cadavere! Non mi lavo, non mangio e non bevo da tanti giorni, eppure campo! Non so chi mi tiene in vita!
Un fatto caratteristico, ci ha messo un po’ d’ilarità addosso. Per salire un alto scalino del monte, ci servivamo d’un austriaco morto proprio lì, a metà scalino, con la testa e il sedere puntati ai due lati della gola del monte. Offriva a noi una bella schiena incappottata la cui martingala impediva al piede di scivolare. Ogni volta che vi salivamo faceva il mantice, però resisteva. Ora è successo che s’è sfondata la schiena ed un fante ci è rimasto con la gamba infilata e tutto sporco di materia. Gridava e urlava come un bambino preso dalla paura. Non aveva il coraggio di ritirare il piede! S’è riso a crepapelle!
Intorno a noi, vi sono piazzate molte mitragliatrici, i cui ufficiali bensì sono tutti morti. Stanno al comando mio e degli altri ufficiali. Dovevano piazzarne una e quindi ho ordinato a due fiorentini che ruzzolassero per il monte un po’ di morti, per fare il terreno pulito.
Erano due fiorentini, e con superbia m’hanno risposto:
“Sior tenente, con i vivi la ci discuto io, ma con i morti noe, noe! Un l’intendano ragione!
Siccome ho insistito, con mille precauzioni e con il calcio del fucile, gli hanno dato una spinta e, vedendoli ruzzolare giù di sasso in sasso, uno d’essi ha esclamato:
“Beati loro sior tenente, almeno la possono andare a bere all’Isonzo! Se la ci andiamo noi, la c’è gli aeroplani (carabinieri) che la ci sparano!

 

TAPPA 6_ Carlo Bazzi – emiciclo ponente, 3 Armando Violi, 1925
Marmo. Il soldato appare racchiuso in un’armatura simile a quella di un crociato ma le “fasce” sulle gambe ci raccontano che è un soldato della Grande Guerra
All’eroico Capitano C. B. – rapito a San Michele del Carso il 3 marzo 1916 – Primo milanese decorato con Medaglia d’oro- la famiglia e il collegio dei costruttori dell’edilizia di Milano – additandolo all’ammirazione e alla gratitudine dei concittadini.

25 Maggio 1917. Venerdì (pag. 347)

Poco prima di partire è venuto da mangiare, ma nessuno s’è cibato! Tutti abbiamo bevuto molto, molto! Siamo febbricitanti!
Ci siamo mossi! Abbiamo girato tutta la notte fra questi monti, inciampando sui morti che sono sparsi per terra, come il bifolco sparge il grano nei campi! Il sole di questi giorni è terribilmente cocente. Presto rende putridi questi miseri cadaveri! Delle esalazioni pestilenziali arrestano il respiro e talvolta eccitano il vomito. Pare di camminare in un carnaio in putrefazione! Colonne di muli, con le munizioni o le marmitte del rancio in groppa, giacciono per terra, con accanto il fedele conducente! Erano uniti in vita ed ora sono uniti in morte! Molti hanno ancora il braccio infilato nella correggia della cavezza e la frusta nell’altra mano. Ed ora sono morti! Migliaia di neri vermi, si muovono, si contorcono e strisciano in quei corpi lividi e pieni di piaghe nere e sanguinolente. È la verità d’una triste sorte! Ci siamo fermati un po’ davanti ad una casa diroccata!
È la “Casa della Morte”! Intorno ad essa i morti sono ammucchiati, come la ghiaia nei fiumi o i sassi nelle strade! Il puzzo è orribile!
[…] Udivamo il crepitare dei secchi alberi e lo schiantarsi dei rami! Immense lingue di fuoco salivano insieme a una gran nube di fumo nero nero e rosso livido al Cielo contorcendosi e ripiegandosi come desiderose di maggiore alimentazione! Altre lingue avvolgevano gli alberi vicini e li stringevano nei loro amplessi di fuoco. Un gran calore arrivava a noi e ci soffocava! Davanti a noi ancor più terrorizzante era la scena. Una enorme barriera di fuoco, larga circa 100 o 150 metri e lunga 2 o 3 km, simile a un fiume di petrolio in fiamme, s’avanzava piano piano a noi, in senso della larghezza, battendo il terreno a palmo a palmo e riempiendolo di fumo e gas tossici. Tiravano anche a granate asfissianti! Di sopra, nel cielo, una cappa nera e densa, che ci avvolgeva come in una oscura notte, era attraversata da migliaia e migliaia di proiettili e da enormi vampate rosso sangue! Dunque non avevamo nessuno scampo! L’incendio e la barriera di fuoco s’avanzava su noi, desiderosi di abbracciarsi in un terribile amplesso di distruzione. D’intorno a me, non udivo che alte grida di disperazione e di spavento. I pianti salivano al cielo, come in chiesa le orazioni! Mi sembrava d’impazzire! In ogni modo adunai tutte le mie forze e le mie facoltà e studiai la situazione! Rimanere lì era lo stesso di morire. Indietro non era possibile! Il meglio era gettarsi a capofitto nella barriera di granate e trovare la morte lì o lo scampo! Il mio attendente l’avevo perduto. Vicino ci avevo quello di Turco! “Vieni con me, gli dissi, fuggiamo!” Egli pareva impazzito. Mi guardò, mi sorrise, fece un gesto vago ed alzò le braccia al cielo, congiungendole! Quando tornarono giù erano ambedue mozze al polso! Dio, che scena! Una scheggia gliele aveva colpite e portate via, proprio quando si univano per innalzare una preghiera o una maledizione a Dio! Alcuni lacrimoni gli colarono dagli occhi e alzando e guardando i due moncherini sanguinosi e laceri, cacciò un grido spaventoso e fuggì verso l’incendio! Era un romagnolo; il più bel giovane ed il più buon soldato della compagnia.
Ad un tratto udii dei comandi e dei gridi:
“2° Batt.ne avanti! 6a, 7a compagnia avanti! Ecco gli austriaci! Avanti! Avanti!…”
Fu un grido che mi sollevò e mi inebriò! Adunai di nuovo tutte le mie forze e gridando: “7a compagnia avanti! Avanti ragazzi! Chi viene con me si salva! Avanti!” fuggii su per il monte chiudendo gli occhi a l’appressarsi della famosa barriera di sbarramento! Vi entrai dentro e mi sentii sollevato da terra come una leggera paglia. Ricaddi al suolo e persi i sensi. Una granata a gas asfissianti mi era scoppiata vicino e mi aveva sollevato per aria con lo spostamento del suo scoppio! Pochi furono i secondi che rimasi incosciente! Troppo era eccitato il mio sistema nervoso! Mi rialzai e mi misi a correre su per il monte, gridando e smaniando come un matto. […]
Mi guardai addosso e mi vidi le scarpe ed i pantaloni tinti di giallo e di verde! Capii che erano state le vampate delle granate a gas asfissiante scoppiatemi vicino! Bensì non m’accorsi d’essere stato colpito dai gas! Solo sentivo il bisogno di dormire e un abbattimento in tutto il corpo. […]
A tratti vedevamo ancora degli esseri, muoversi, correre, scomparire tra il fumo e il fuoco, alcuni saltare in aria, altri ricomparire tutti anelanti e trafelati, e giungere fino a noi più morti che vivi! Ancora, tra l’assordante frastuono arrivava le grida e le imprecazioni di qualche superstite ed i gemiti ed i lamenti di qualche ferito. S’avvinghiavano questi alle gambe nostre e ci tenevano tenacemente, raccomandandosi di salvarli, con una voce sì lamentosa da commuovere le più granitiche rocce; ma certamente non noi, che eravamo un impasto di odio, di disprezzo e di tutto ciò che può derivare alla vista di sì atroci visioni! […]
Intanto ai pochi superstiti gridavamo sempre! “Avanti ragazzi! 2° Battaglione avanti!” Ad un tratto è parso a tutti che il nemico ci fosse di faccia! Abbiamo afferrato un fucile e ci siamo messi a sparare con una rabbia atroce. Non contenti di ciò abbiamo inastato le baionette e via di corsa fino al cumulo del monte! […] Mi par d’essere nel mondo dei “fu”! Li vedo in tutte le pose! Chi distesi, chi raggomitolati, chi con le braccia tese, chi con le braccia contratte, chi con il corpo sollevato sopra qualche mucchio di loro e ancora con gli occhi aperti e con l’atto minaccioso, chi con il fucile o la bomba stretta fra le mani e pare che ridano, che piangano e facciano mille versacci! Molti bensì sono feriti, cioè a dire ancora vivi! Girano due occhini smorti e fuori dalle orbite dallo spavento, protendono a noi le loro braccia lunghe e scarne ed il loro volto giallo e sfinito e ci pregano di salvarli. Poi piangono e gemono!

 

 

TAPPA 7_ Cripto portico, Fratelli De Bernardi,  lapide (Carlo, medaglia argento V.M., + 1915; Vittorio, medaglia argento V. M., + 1916; Lamberto, medaglia argento e oro V. M., +1917)

 

 

17 giugno. Domenica (pag. 393)

Ho girato un po’ per i giardini. Questo ospedale è il più grande d’Italia! Sembra un paese! Vi sono centinaia di medici e migliaia di feriti e di malati! A pensare a tutti questi miseri che soffrono maledettamente sul fondo di un misero lettino e che domani guariti verrà loro imposto di riprendere le armi, per affrontare nuovi pericoli, vien fatto di maledire la Patria, il Destino e la vita stessa! Difatti io sento di odiare tutto ciò che una volta formava l’altare dei miei più cari affetti! Quale amore devo portare io alla Patria, che dopo aver dato a lei tutto ciò che avevo di più caro, la giovinezza, essa mi ricompensa osando dire che il mio male l’avevo e non è vero l’abbia preso per farla più grande? Non m’hanno voluto riconoscere la malattia causata in servizio e mi rimandano a casa senza stipendio e senza salute! Oh Patria, oh Patria, come hai tristemente ricompensato il mio entusiasmo, il mio volontariato ed il mio eroismo! Rinneghi tutto ciò che ho fatto per te! È venuto un maggiore medico e dopo una accurata visita (che credo non ci abbia capito niente) mi ha portato a basso per visitarmi con i raggi della Radioscopia e della Radiografia! Da diversi giorni ho la faccia e tutto il corpo macchiato di chiazze nere e gialle! Devono essere i gas!

22 giugno. Venerdì (pag. 396)

Tutto il giorno non ho fatto che dormire o pensare! Ho pensato alla guerra per il desiderio che ho della pace! Ho pensato con orrore a questa misera terra da poco redenta, dove si scatenano i più violenti uragani di fuoco! Quelle pianure coronate un tempo da rigogliose messi, o da folti fieni o da verdi trifogli, prive oggi dell’utile soccorso della falce e del vigile occhio del coltivatore, languiscono o degenerano riempiendosi di erbe parassite!
Altre vengono calpestate, devastate miseramente dai vari strumenti di guerra! I fertili campi ed i generosi orti non sono pieni che di erbe infruttuose e, come i prigionieri la cui capigliatura è cresciuta in disordine fra le tenebre del carcere, così queste terre sono rivestite da spini e da male erbe tutte arruffate fra loro, che l’ozioso aratro più non stirpa! Pure i boscosi monti e le collinette un dì ricche di piante fruttifere, oggi mostrano i loro sassi nudi, anneriti dal fuoco e la loro faccia brulla e squallida! Oh, ma una volta verrà questa pace e ritorneranno allora i giorni belli! Oh, arriveranno sì, i giorni migliori! E siccome questa vita è breve come un’onda che scorre, onda che ora si vede e poi scompare, vorrò divertirmi e rifarmi dei giorni perduti! Ah, profittiamo dei giorni che la sorte ci concede! Non si sa mai quello che domani può avvenire! Intrecciamo dunque questi minuti di misera esistenza con i gaudi dell’amore! Domani la vecchia[ia] ci sarà sopra inaspettatamente e ci corrucceremo del bel tempo malamente sprecato! Oggi i piaceri dell’amore, domani i vermi del sepolcro!

 

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